MILANO Non avrà le famose 7 vite come i gatti ma la Milano 2016/2017 è dura, durissima a morire. Almeno entro i confini italiani. L’ultima prova di forza (e resistenza, anzi resilienza…) la si è avuta nella quattro giorni riminese, chiusa con la vittoria in finale di Coppa Italia contro una Sassari mai doma. Mai doma come Milano, dicevamo. Sì, perché sia contro Brindisi nei quarti di finale, che contro Reggio Emilia prima ed il Banco di Sardegna poi, l’Olimpia è stata capace di reagire, rimontare, opporsi ad un destino avverso e, soprattutto, vincere il secondo trofeo stagionale dopo la Supercoppa di ottobre. Macvan, Cinciarini, Sanders, Pascolo, Kalnietis, Hickmann (MVP della manifestazione), sono stati soprattutto loro a fare le fortune di coach Repesa e di una società, rappresentata dal Signor Giorgio Armani in primis, che voleva fortemente portare a casa un trofeo che non sarà la panacea di tutti i mali (continentali) ma che conta, eccome se conta. Conta anche per legittimare la superiorità rispetto alla concorrenza di una EA7 destinata, almeno sulla carta, a fare le veci della Siena che fu e che non c’è più. Tutto, compreso il provvisorio e continuativo primato in classifica, lascia infatti pensare che Milano sarà la squadra destinata ad alzare il tricolore a giugno, vista l’evidente superiorità di centimetri, di qualità diffusa e di profondità di roster su cui può contare rispetto alle rivali. Pregi e virtù che non sono tali in Europa, dato che i meneghini sono ultimi in classifica ed a 4 vittorie di distanza dall’ottavo posto utile in ottica playoff occupato al momento dal Darussafaka Dogus Istanbul. Probabilmente troppo anche per un’Olimpia mai doma a morire e che solo qualche giorno fa non ha fallito il primo dei 3 obiettivi stagionali. Supercoppa a parte.

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