Calcio e potere, calcio e coscienze sottomesse, calcio oppio dei popoli. Eccoli alcuni dei temi affrontati magistralmente da Gian Luca Campagna, giornalista e scrittore di Latina, nel suo romanzo ‘Il profumo dell’ultimo tango’ (Historica, 350 pp, euro 18). Siamo in Argentina, durante i Mondiali del 1978, quelli chiamati della vergogna, quelli dei desaparecidos, della junta militar, le Madres e le Abuelas de plaza de Mayo. Un tema che oggi è tornato alla ribalta, sia perché siamo a 40 anni tondi da quel Mondiale di Argentina 78 dove tutto l’Occidente si inginocchiò davanti al potere sanguinario della dittatura.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo romanzo?

“Il fine è che la memoria è l’antidoto all’indifferenza e all’oblio, ma lo spunto sono stati i mondiali di calcio del 1978, quella gioia contagiosa in realtà nascondeva l’orrore delle torture da parte del governo argentino. Ero un bambino ma mi alzavo di notte per vedere le partite degli azzurri di Bearzot. Poi a distanza di anni hai la percezione che il grande inganno ordito si è tramutato in tragica realtà: le Ford Falcon che ringhiano sull’asfalto, l’arroganza delle patotas, i bambini sottratti alle famiglie, le torture imposte dal governo, i desaparecidos, i girotondi strazianti delle Madres e delle Abuelas attorno all’Obelisco di plaza de Mayo, i voli della morte… sono diventati nel tempo dei frammenti che si sono accavallati fino a creare un film completo. E intanto la gente gioiva per strada cantando le gesta dell’Albiceleste di Menotti. Tu credi che tutto appartenga al passato, invece no. Perché quando i conflitti sono irrisolti sono sempre attuali, li covi dentro. Si muovono dentro finchè, almeno nella fiction, cerchi la pace”.

Nel tuo romanzo siamo a Buenos Aires, durante la farsa dei Mondiali di Argentina 78, poi veniamo catapultati nel 2018: passato e presente si alternano e si accavallano. Se durante la feroce dittatura militare di Videla scomparivano gli oppositori ecco che a distanza di 40 anni a sparire sono i nipoti appena adolescenti degli appartenenti a quel regime.  Il richiamo alla legge del contrappasso è immediata.

“Oggi le Madres e le Abuelas di plaza de Mayo non provano odio ma urlano il Nunca Màs, tese alla ricerca della verità, il sapere che fine hanno fatto i loro figli che 40 anni fa sono desaparecidos in nome di uno Stato che divorava i suoi stessi figli anteponendo Dio, patria e famiglia. A distanza di 40 anni a sparire stavolta sono i figli degli aguzzini, in un lento e tragico capovolgimento dei ruoli tra vittime e carnefici, ma come insegna la vita alla fine nulla è scontato e tutti sono colpevoli e nessuno mai del tutto innocente. Il personaggio principale, il detective Josè Cavalcanti, di chiara origine italiana, è teso alla ricerca ontologica, oggettiva ma anche personale, perché ognuno di noi deve sapere scrutare dentro di sé, come sempre mosso da un demone socratico. E lì le piccole storie ci insegnano che la memoria deve contrastare non solo l’oblio ma anche l’ipocrisia, che va estirpata da una società gretta e superficiale come quella di oggi, che si ferma alle apparenze”.

E il tuo demone socratico da cosa è mosso?

“Uno scrittore non smette mai di placare il suo senso dell’inquietudine, o il suo stato del desiderio se non fosse tormentato o angosciato. Non è detto che per produrre letteratura un artista debba essere agitato, può anche condividere la serenità e la felicità, è da lì che parte la ricerca di un desiderio maggiore, proprio senza dimenticare la sofferenza, perché quella va coltivata dentro di noi con le cicatrici che gettano pus e sangue. La tragedia greca in questo ci insegna moltissimo, produzione che gli autori noir tengono sempre in mente e nel cuore”.

Il pallone e il calcio sono da sfondo alle tue storie. Prima nell’esordio ‘Molto prima del calcio di rigore’ (2014), poi in ‘Finis terrae’ (2016) e nel racconto compreso nel Giallo Mondadori in ‘Giallo di rigore’ (2016) e ora ‘Il profumo dell’ultimo tango’ (dicembre 2017).

“Qualcuno diceva che il calcio è l’ultima rappresentazione sacra dell’oggi. È una visione purtroppo sorpassata, anche se di sacro ha sempre avuto poco, perché la storia del calcio è sempre stata torbida e colma di equivoci. Mussolini e Hitler usarono il calcio e lo sport ben prima dei generali argentini per ottenere consenso, seguiti dalla dittatura dell’Uruguay nel 1980. Se è vero che il calcio fa parte della società per il fascino e coinvolgimento umano che emana è altrettanto vero che esso si nasconde tra le pieghe delle emozioni, e quindi come stato emotivo fluttua tra gli uomini ed è legato al momento che si vive. Non è un caso che al di là del successo, poi tutto si trasforma nell’effimero e le dittature vengono spazzate via. Del calcio preferisco la dicitura di Borges: il gioco ricomincia ogni volta che un bambino prende a calci un pallone. Ecco, quella è l’immagine indelebile dell’immaginario collettivo. Quella di un bambino, l’innocenza, che scalcia un pallone in nome della poesia della vita. Il resto è prosa volgare”.

Tu inserisci sempre il calcio nel genere che prediligi, il noir, anche se poi i tuoi sono romanzi tout court.

“Derek Raymond diceva che il noir ha una grande funzione sociale: si veste da brava massaia per svelare la merda che lo Stato nasconde sotto il tappeto. Poi, contrapporre cavalieri bianchi e cavalieri neri è riduttivo, ci sono metastasi di bontà e di cattiveria in ognuno di noi, credo che da una visione aristotelica ormai siamo passati a una visione hegeliana della vita, dall’antitesti si deve passare a una sintesi, anche se la soluzione finale non sempre ci piacerà. È dura da mandare giù ma a volte anche il buono per ottenere dei risultati deve travestirsi da cattivo, così come senza ipocrisia accettiamo la parabola del figlio prodigo quando il cattivo si redime e si riscatta. Alla fine siamo angeli bianchi dalla faccia sporca, parafrasando qualche coppia del gol del passato. E forse guai se non fosse così”.

admin

Leave a Comment