LIBRI / La vera anima dell’allenatore secondo Stefano Sanderra

Si intitola ‘La vera anima dell’allenatore’ (ed. Omicron, pp 180 euro 13), è stato scritto da Stefano Sanderra, allenatore di calcio di Lega Pro, oggi attualmente alla guida della Sambenedettese (girone B, zona play off) ed è un condensato ricco di umanità e che abbraccia tutte le sue esperienze a livello professionale in tour per l’Italia.

Questa non è la biografia di un allenatore che in bacheca ha così tanti trofei da chiamare l’architetto per rivoluzionare casa, ma è uno di quei tecnici che trovi in quella terra di mezzo, tra i dilettanti e il calcio d’èlite. Eppure Stefano Sanderra cita Platone e Pasolini, si ispira a un dipinto di De Bruyne, legge Recalcati e ascolta Springsteen. Un background per delineare la figura dell’allenatore nei tempi moderni privilegiando l’aspetto psicologico e filosofico, scavando nell’anima del coach. Secondo lui la traduzione del gioco del calcio è semplice, è una torre di Babele che non ha la presunzione di parlare un unico linguaggio e sfidare vanamente l’assoluto. È quel gioco dove la posta in palio di un match paralizza una qualsiasi città, con le strade deserte e con le prostitute che non lavorano.

E anche nel calcio lontano dai grandi banchetti, esiste un legame tra allenatore e calciatore (che è quello di un genitore, presente e assente) e tra tecnico e presidente (alla stregua di due amanti). Ma qual è la ricetta di Sanderra per una squadra vincente? Quella di essere brutta sporca e cattiva. Unita però con la tecnica filosofica del kintsugi.

“Mi piace lo stile e la qualità. Meglio una cosa e una persona di qualità che la quantità ma senza valore. Lontano da me le persone che si lamentano, avare, poco coraggiose, limitate e pigre. Li reputo rami secchi da tagliare, che ti appesantiscono. Per questo adoro le persone singolari, curiose, aperte alla vita, cariche di energia positiva, col sorriso sulle labbra. Quelle viti storte che non si sono volute far raddrizzare dagli stereotipi comuni, e che si sono fatte da sole, in Inghilterra direbbero self made man, camminando per conto loro senza chiedere niente a nessuno e tirare dritti all’obiettivo“ scrive Sanderra. E c’è da credergli, soprattuttto se è l’unico allenatore a essere riuscito a farsi amare sia a Latina che a Frosinone, due piazze calde che vivono il derby alla vecchia maniera.

Ancora: “Lao Tzu diceva che un esercito privo di flessibilità non potrà mai vincere una battaglia: in questa ottica importante è il rapporto con la squadra. Non troppo lontani, lasciandola al vuoto e all’incapacità di risolvere tutto totalmente da sola, nè troppo vicino scadendo in rapporti parziali di amicizia. L’allenatore, come un genitore, dovrebbe essere presente e anche assente, nel senso che oltre ad essere vicino e pressante ai propri giocatori, deve anche aver la capacità di lasciarli liberi, passare dallessere dei martelli incessanti, come per esempio Antonio Conte, al tempo vuoto sospeso, il cazzeggio di cui ha parlato Massimiliano Allegri. Sì dargli delle direttive e delle regole ma lasciargli, dentro di esse, lo spazio della creatività. Quindi molto importante è sapersi, al tempo opportuno, defilare, saper retrocedere dalle luci dei riflettori, con umiltà, lasciando la scena ai giocatori, responsabilizzarli e farli crescere da soli. Indurli cioè a risolvere le incognite e i problemi che poi incontrano quando sono in scena, così come si fa con un figlio che, dopo avergli trasmesso regole e disciplina, si lascia andare via per farlo diventare indipendente e forte“.

E poi ci sono gli aneddoti, duri e sensibili, da libri Cuore o da libro della Giungla, dentro e fuori gli spogliatoi, dentro e fuori il campo. Un libro che si fa leggere tutto d’un fiato e che ti graffia l’anima anche se non sei uno sportivo. Prefazione di un filosofo dello sport come Valerio Bianchiini, a testimonianza della duttilità del Sanderra uomo prima ancora che allenatore.

G.Rossi

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