Un’ombra ben presto sarai. E sì, Osvaldo Soriano col titolo di una sua opera vola sempre sopra le teste di ogni cronista e scrittore che ama il calcio. È un legame imprescindibile. Più forte che mai da vent’anni, tanto il tempo trascorso dall’ultima tirata di sigaretta del grande giornalista e scrittore argentino. Domenica 29 gennaio hanno fatto vent’anni che il grande scrittore se n’è andato, non certo in silenzio come si scrive in quegli epitaffi telefonati che lui di certo scansava, ma coi polmoni squassati dal cancro per quel cazzo di maledetto vizio del fumo.

Ettolitri fa, ho conosciuto personalmente (si dice così, no?) Soriano in uno dei racconti più struggenti, rocamboleschi, tragicomici, grotteschi che siano mai stati architettati nel mondo del fùtbol (e non football…) dal titolo Il rigore più lungo del mondo. In quelle righe il distillato del calcio inteso come metafora della vita, che concede anche seconde chance, con quel calcio di rigore battuto dopo una settimana e parato da El Gato Dìaz, quel rigore che riuniva per vederlo calciare la gente anche sui tetti delle case “perché di domenica non c’era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia dalle dune e il polline dalle fattorie”. I protagonisti dei racconti (e dei romanzi) di Soriano sono sghembi, picareschi, improbabili, sono gli abbonati alla sconfitta, quelli che perdono anche quando la fortuna gli arride, sono i figli eterni del Sud del mondo.

Nell’Olimpo dei suoi eroi ci sono indios che non hanno possibilità di riscatto, falliti quotidiani, disillusi all’ordine del minutaggio, Mondiali mai giocati (addirittura quello del 1942, disputato in Patagonia, arbitrato –pensate un po’- dal figlio di Butch Cassidy, che si ruba pure la Coppa), calciatori provocatori e umoristici, allenatori filosofi, squadre di brocchi e lavativi che il lettore ama più dell’Olanda in versione Arancia Meccanica, del Brasile dei negros (non certo in termini negativi, ma indicanti la superiorità atletica della razza) dallo slalom ubriacante, dell’Uruguay tignoso di Obdulio Varela e, soprattutto, dell’Argentina campeon del vergognoso Mondiale ’78, vittoria mai festeggiata da Soriano.

Nato a Mar del Plata il 6 gennaio del 1943 (e morto a Buenos Aires il 29 gennaio del 1997), globetrotter nella provincia argentina per via del lavoro del padre, Osvaldo el gordo fu uno straordinario autodidatta affamato di vita, istruzione e sapere, che smise di giocare a calcio per un ginocchio sbilenco abbracciando il sacro furore della scrittura. Abbandona l’Argentina dopo il golpe della junta militare, ripara in Belgio e poi a Parigi, non perché perseguitato ma perché “era meglio sbagliarsi con la dittatura che avere ragione ubbidendole”, scrivendo per giornali europei e italiani (Il Manifesto). Il successo gli arriva quasi subito, col romanzo visionario Triste, solitario y final, dove la vita di Stan Laurel si interseca con quella di Philip Marlowe, ma la critica accademica lo spernacchia, perché la sua narrativa odorava di “un sapere popolare scritto in una lingua assolutamente popolare. Ed è stato questo a dargli tanto successo” ha però affermato l’amico scrittore Hector Bayer. Osvaldo fa spallucce, figuriamoci, abituato a ingoiare la polvere delle strade battute in gioventù alla ricerca perenne di quei personaggi sgangherati che profumano di vita, scrive dell’Argentina per gli argentini (e per tutti gli altri), e “per questo i miei personaggi sono contraddittori e assomigliano tanto ai comuni mortali” ci teneva a sottolineare.

Tifoso degli azulgrana del San Lorenzo, Soriano ricorda che nella vita ci sono tre specie di calciatori: quelli che vedono gli spazi liberi, quelli che ti fanno vedere uno spazio libero e quelli che creano un nuovo spazio dove non dovrebbe esserci nessuno spazio. E questi sono i poeti del gioco. O della vita. Che è la stessa cosa.

Una volta Soriano scrisse: “Uno scrittore è sempre solo, come un maratoneta. Da questa solitudine deve prendere tutto: musica celeste e rumori di pancia. E anche la peregrina illusione che un giorno qualcuno decida di aprire il suo libro per vedere se vale la pena rubare ore di sonno con qualcosa di tanto assurdo e pretenzioso come una pagina piena di parole”. Beh, lui, portò a Los Angeles, sulla tomba di Stan Laurel una copia di Triste, solitario y final. Per chi ama il calcio, la letteratura, le donne, il cibo, la vita, una tappa è obbligatoria se passate per Buenos Aires: al cimitero della Chacarita una copia del vostro libro sulla tomba del maestro non può mancare. Lui, tirando la sigaretta da lassù, apprezzerà, statene certi.

 

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